

...alla scoperta di quelle parole che solo la luce incide nelle trame dell'esistenza!


Señor, ¿qué nos darás en premio a los poetas?
Mira, nada tenemos, ni aun nuestra propia vida;
somos los mensajeros de algo que no entendemos.
Nuestro cuerpo lo quema una llama celeste;
si miramos, es sólo para verterlo en voz.
No podemos coger ni la flor de un vallado
para que sea nuestra y nada más que nuestra,
ni tendernos tranquilos en medio de las cosas,
sin pensar, a gozarlas en su presencia sólo.
Nunca sabremos cómo son de verdad las tardes,
libre de nuestra angustia su desnuda belleza;
jamás conoceremos lo que es una mujer
en sus profundos bosques donde hay que entrar callado.
Tú no nos das el mundo para que lo gocemos,
Tú nos lo entregas para que lo hagamos palabra.
Y después que la tierra tiene voz por nosotros
nos quedamos sin ella, con sólo el alma grande…
Ya ves que por nosotros es sonora la vida,
igual que por las piedras lo es el cristal del río.
Tú no has hecho tu obra para hundirla en silencio,
en el silencio huyente de la gente afanosa;
para vivirla sólo, sin pararse a mirarla…
Por eso nos has puesto a un lado del camino
con el único oficio de gritar asombrados.
En nosotros descansa la prisa de los hombres.
Porque, si no existiéramos, ¿para qué tantas cosas
inútiles y bellas como Dios ha creado,
tantos ocasos rojos, y tanto árbol sin fruta,
y tanta flor, y tanto pájaro vagabundo?
Solamente nosotros sentimos tu regalo
y te lo agradecemos en éxtasis de gritos.
Tú sonríes, Señor, sintiéndote pagado
con nuestro aplastamiento de asombro y maravilla.
Esto que nos exalta sólo puede ser tuyo.
Sólo quien nos ha hecho puede así destruirnos
en brazos de una llama tan cruel y magnífica.
… Tú que cuidas los pájaros que dicen tu mensaje,
guarda en la muerte nuestros cansados corazones;
dales paz, esa paz que en vida les negaste,
bórrales el doliente pensamiento sin tregua.
Tú nos darás en Ti el Todo que buscamos;
nos darás a nosotros mismos, pues te tendremos
para nosotros solos, y no para cantarte.
J.M. Valverde

Somiglia alla tua vita
la vita del pastore.
Sorge in sul primo albore
move la greggia oltre pel campo, e vede
greggi, fontane ed erbe;
poi stanco si riposa in su la sera:
altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
al pastor la sua vita,
la vostra vita a voi? dimmi: ove tende
questo vagar mio breve,
il tuo corso immortale?[...]
Forse s’avess’io l’ale
da volar su le nubi,
e noverar le stelle ad una ad una,
o come il tuono errar di giogo in giogo,
più felice sarei, dolce mia greggia,
più felice sarei, candida luna[1].
Quando solitamente ci si trova a confrontarsi con un testo di questo tipo, il movimento e il dialogo che si instaurano tra gli occhi del lettore e la parola dello scritto vengono spesso caratterizzati da una sintesi interrogativa che cerca di portare verso una soluzione lucida, chiara e trasparente, quelle immagini che affollano queste intense righe. E il percorso che si intraprende, rimanendo incagliati nel turbinio di intensi ragionamenti che tendono, riducendo nella forma della parola, di rendere concetto questa catena di immagini, porta talvolta verso quel processo che infrangendo l’armonia estetica e poetica del simbolo riduce anche la portata di quella domanda che comunque struttura l’esistenza dell’uomo.
Si! Una domanda, quell’unica che comunque venga posta, e a prescindere dal cammino che orienta, popola con un silenzio assordante il cuore di qualunque uomo, di quell’uomo con il quale l’esistenza si misura.
E ciò che interessa notare, all’interno dello sviluppo di tutto il testo, è la presenza di un dato permanete, il cammino continuo di questo uomo. Un cammino che è ancora sollecitato e trova il suo tratto determinante in una domanda che rimane aperta e viva, capace di imporre il desiderio delle ali per non incorrere nel rischio di essere bloccato da risposte statiche, capaci solo di ridurre l’uomo al tedio animalesco di una umanità perduta.
E al di là di qualunque tentazione di cogliere nel canto del pastore errante dell’Asia la tragica riflessione di una esistenza che tristemente si scaglia contro l’uomo, è importante come questo canto cammini, almeno su tanti tratti, verso quell’orizzonte che indica la vicinanza di una luce amica, di una silenziosa presenza, che sussurra un dolce: Tu sei con me. E questo, al di là di qualunque forma di fideismo vuoto e disincarnato, che cerca di fissare la sua esistenza in un orizzonte statico e svuotato proprio di quella radicale drammatica relazionale con la vita, dichiara, nel susseguirsi dei simboli e nella fondazione di una speranza, per lunghissimi giorni, la bellezza di quella esistenza che con estremo dinamismo caratterizza la vita dell’uomo; una vita nella quale quella domanda assume i toni di una luminosa presenza.